La Repubblica/affari&finanza;: I Conti Sono Difficili Per Il Libraio On Line

per il libraio on line

di EUGENIO OCCORSIO

Quando Jeff Bezos venne nominato “uomo dell’anno” da Time all’inizio del 2000, il mondo sembrava appartenergli. Con la sua libreria on line Amazon.com aveva sconvolto le regole del commercio elettronico: aveva costretto ad aprire in fretta negozi virtuali le maggiori catene del mondo come Barnes and Noble salvo poi sconfiggerle sul terreno, aveva appena annunciato una raffica di acquisizioni all’insegna del motto “Anything”, come dire “arriveremo a vendere tutto via Internet”, aveva soprattutto creato uno di quei mostri borsistici che facevano gridare all’ “irrazionale esuberanza” Alan Greenspan (il titolo era salito da 1,50 a 113 dollari in due anni) ma che lasciavano a bocca aperta migliaia di giovani fanatici e desiderosi di imitarlo. Le biografie si sprecavano, si cercavano i paragoni più spericolati. Uno lo offriva lui stesso: “Mi piace compararmi a Thomas Edison (l’inventore della lampadina, ndr) o a Walt Disney: innovatori, geniali, grandi uomini d’affari”. C’era anche chi, compulsando le annate arretrate di Time aveva scoperto che lui, a 37 anni, era uno dei più giovani “uomini dell’anno” dell’ultrasecolare istituzione: meglio avevano fatto solo il trasvolatore atlantico Charles Lindbergh nel 1927 (25 anni), la Regina Elisabetta nel 1952 (di anni la sovrana ne aveva allora solo 26) e Marthin Luther King, prescelto nel 1963 a 36 anni.

Si era andati un po’ sopra le righe, decisamente. Qualcuno per la verità cominciava a insinuare qualche dubbio: l’azienda veniva affettuosamente soprannominata Amazon.mom perché per lanciarla, nel 1995, Bezos aveva prosciugato i risparmi dei genitori, la volitiva casalinga Jackie e il grintoso Mike, arrivato in un container da Cuba a 15 anni e diventato con la forza di volontà ingegnere alla Exxon. Ma qualcun altro la chiamava Amazon.org, laddove “org” è il suffisso Internet delle organizzazioni non governative, quelle nonprofit. E proprio la mancanza di profitti gli è stata fatale. L’azienda, in quasi sei anni di vita, non ha mai chiuso un trimestre in utile. “Quelli verranno dopo, fra qualche anno”, rassicurava Bezos. Ma gli operatori finanziari non gli hanno creduto. Venerdì 23 giugno la “guru” della Morgan Stanley, Mary Meeker, ha detto che questa ostentata assenza di utili si giustificherebbe solo in presenza di una strabiliante ascesa nel fatturato, senonché questo sarà “piatto” sia nel secondo che nel terzo trimestre di quest’anno. Qualche ora dopo Ravi Suria, l’analista di Lehman Brothers per l’ecommerce, con una nota ha sconsigliato ai clienti l’acquisto delle obbligazioni convertibili della società citando i suoi “fondamentali creditizi estremamente deboli e in via di ulteriore deterioramento”. Risultato, il titolo ha perso il 21,4% in un solo giorno, che si è aggiunto al 9,4% perso il giorno prima. E per tutta la settimana successiva, cioè quella appena trascorsa, non è riuscito a recuperare se non in misura minima. Lo stock galleggia intorno ai 33 dollari, il valore più basso da un anno a questa parte e il 70% in meno rispetto ai massimi storici, i già citati 113 della fine del 1999.

Il 2000 non si era aperto male. Grazie alle ultime ricadute della stagione dello shopping natalizio, il primo trimestre aveva registrato un incrementorecord del fatturato, schizzato a 574 milioni di dollari dai 294 milioni del primo trimestre 1999. Ma il vero problema è, come si diceva, nelle perdite: nello stesso trimestre erano state di 122 milioni di dollari contro i 36 milioni dello stesso periodo dell’anno prima. E visto che le perdite dell’intero 1999 sono state di 720 milioni di dollari, sei volte peggio dell’anno prima, su un fatturato di 1,9 miliardi di dollari, la prospettiva di redditività si allontana indefinitamente. Tutto questo, accusano gli analisti, è dovuto non tanto alla mancanza di genialità dell’iniziativa — è vero che la vendita dei libri su Internet è un successo, come provano i 20 milioni di clienti in 160 paesi — quanto alla sproporzionata grandeur di Bezos. Prima ancora di consolidare risultati soddisfacenti con la sua azienda, si è imbarcato in uno shopping frenetico di compagnie minori, ognuna delle quali era specializzata nella vendita di qualcosa, dai cd ai cuccioli. Solo nel 1999 ha speso per acquisizioni, di maggioranza o solo di quote, 370 milioni di dollari, seguendo i lsuo istinito da banchiere d’investimento, il lavoro che faceva fino a trent’anni nella DE Shaw di New York («Mi ero stancato di vedermi passare sotto gli occhi titoli che guadagnavano il 2.000per cento l’anno», ama raccontare). Oggi della galassia Amazon, fanno parte decine di siti: c’è Gear.com (“gear” significa equipaggiamenti sportivi e infatti vende dalle scarpe da jogging agli attrezzi da palestra ), c’è Imdb.com (Internet movie database: una specie di maxiarchivio che contiene informazioni su oltre 150mila film e 500mila attori dal 1892 ad oggi), c’è LiveBid.com (un fornitore di aste in diretta via Internet), c’è la già ricordata Pets.com (cagnolini, pappagallini e un’infinità d’informazioni sull’allevamento di animali domestici), c’è Living.com (arredamento, illuminazione, lenzula e quant’altro per la casa) e c’è un’infinità di altra roba ancora. “Anything”, tutto, appunto, come voleva Bezos. Che non fa mistero di puntare a vendere presto appartamenti, auto, aerei. Troppo, sentenziano gli analisti. Amazon non ha le spalle sufficienti per sopportare tutto questo.

Chi avrà ragione? Per ora, Bezos non si ferma. Ha aperto Amazon.de in Germania, Amazon.uk in Gran Bretagna, sta per lanciare siti in Francia e forse in Italia (italiano è il manager, Diego Piacentini, che ha strappato alla guida della Apple Europe per guidare il suo sbarco nel vecchio continente). Da ognuno di questi siti si può accedere al maxiscaffale virtuale di un milione e mezzo di libri in inglese, qualche centinaia di migliaia nella lingua del paese ospite, più 220.000 cd musicali e 23mila fra video e dvd. Per ogni libro c’è poi tutto il corollario di recensioni, acquirenti “celebri”, titoli analoghi e via dicendo. Ordinarlo significa entrare nel gigantesco database del gruppo, che in cambio vi indicherà ogni volta che uscirà un libro dello stesso autore o un titolo che per qualche motivo potrà interessarvi.

Tutto questo, insistono gli analisti, costituisce un modello di business totalmente innovativo, e probabilmente vincente. Quello che manca sarebbe invece il senso della misura, e della managerialità. Il che, per un ex banchiere d’investimento, è un po’ imbarazzante.

About Me

Related Posts